raule donne bebedjiaQuest'anno festeggerò i miei 25 anni da medico, 12 dei quali li ho trascorsi qui in Ciad a Bebedjia. Sin dall’inizio della mia vocazione missionaria, sapevo di non voler qualcosa con data di inizio e fine, qualcosa di temporaneo. Il mio desiderio è stato sempre offrire la mia vita a Dio e alla cura dell’altro e questo è ciò che continua a farmi avere un grande entusiasmo anche nelle giornate più dure.

L’Ospedale Saint Joseph di Bebedjia ha un bacino di utenza molto ampio e a volte riceve anche pazienti dai paesi vicini come il Camerun, la Repubblica Centrafricana, il Sudan, dal momento che nelle altre aree non esistono strutture all’altezza. Questo è anche un luogo di cura per i numerosi religiosi e religiose presenti nelle diverse missioni del Ciad e molti parroci diocesani vengono da noi per essere curati. Purtroppo a volte non c’è abbastanza posto per loro in ospedale e dunque io e le mie sorelle di comunità apriamo la nostra casa aggiungendo un letto qua e là.

Per me la missione è curare le persone, davvero, ascoltandole con il cuore aperto perché quando arrivano da te, che sei il medico, hanno bisogno di un posto dove sentirsi al sicuro.
In tutti gli anni che mi sono occupata della maternità sono diventata la confidente di tante donne che spesso non hanno nessuno con cui confrontarsi o a cui raccontare qualche situazione difficile e che ormai vengono da me con fiducia. Condividere con le donne l’importanza dei controlli prenatali e del partorire in ospedale è stata una delle mie principali battaglie da quando sono arrivata qui. Spesso, infatti, arrivano in ospedale solo casi difficili che si sono ulteriormente aggravati perché gestiti in casa o da qualche stregone.

mamma ospedale bebedjiaMolti medici locali non sono davvero preparati infatti, a differenza di altri paesi anche africani, qui non esiste un’autorità di controllo qualità sia per quanto riguarda la formazione che le prestazioni. Inoltre molti non vogliono esercitarsi in zone isolate del paese, ma solo nella capitale dove i compensi e le condizioni sono migliori. Ho avuto la diretta esperienza con medici che dopo due ore di servizio lasciavano l’ospedale per andare ad insegnare in delle scuole informali per formare infermieri che risultavano più remunerative.

Purtroppo nella mentalità della gente ciadiana, la salute non rappresenta una priorità e spesso dispensano tutti i loro averi dietro agli stregoni del villaggio invece che venire in ospedale per delle visite di controllo.
Un’altra mia battaglia è quella di comunicare l’esistenza di malattie croniche: qui in Ciad c’è l’idea che tutte le malattie siano come la malaria, con un inizio e una fine, e che dunque in pochi giorni di trattamento si guarisce. Per le malattie croniche come il diabete, AIDS o anche l'ipertensione si registrano moltissimi decessi perché l’idea di una cura costante non è accettata.

Circa un anno fa il paese è stato colpito dall’ultimo di molti colpi di stato e un consiglio militare ha ora il controllo della situazione che resta instabile e pericolosa.
Essere resilienti e pronti ad adattarsi a condizioni di vita difficili è quindi una condizione imprescindibile della mia missione.

Sr Elisabetta Raule  

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