joana ospedale curaSono circa quattro anni che sono arrivata in Sud Sudan e la mia missione all’ospedale di Wau è sempre molto sfidante e coinvolgente.
La mia prima impressione quando sono arrivata è stata di shock: non avevo mai visto così tanta povertà materiale. Un primo impatto molto forte, l'aeroporto era fatto di tende, non c’era una struttura.
Quando sono scesa dall’aereo, ho camminato sulla pista, ho visto la mia valigia sotto una tenda, mi hanno messo un timbro e fine. Un popolo molto disorganizzato, tutto un paese senz'acqua e senza elettricità. Nemmeno nelle zone più povere dove ero stata in precedenza avevo trovato così tanta povertà materiale.
Imparando a conoscere il popolo, ho capito che la guerra ha lasciato tanti danni al luogo ma anche al popolo stesso.

Wau è la seconda città del Sud Sudan, le ultime statistiche dicono che ci sono circa 100.000 abitanti, ma poi ci sono molti rifugiati quindi il numero resta approssimativo.
joana ospedale partoA Wau si trova il St Daniel Comboni Catholic Hospital, il secondo ospedale della città, proprietà della diocesi ma è in gestione alle sorelle comboniane. Il bacino è di circa 5.000 pazienti a settimana.
Il nostro ospedale è sempre aperto per la pediatria e il reparto maternità, mentre per gli altri le visite avvengono dal lunedì al venerdì, tranne in caso di emergenze.
Ci sono 110 posti letto divisi per i quattro reparti: Chirurgia, Medicina Generale, Maternità e Pediatria. Poi abbiamo un servizio di radiologia che è il più avanzato della città di Wau: abbiamo sia l’ecografia che i raggi X.

Io, in questi 4 anni, ho lavorato in tutti i reparti, ma adesso sono responsabile del reparto di chirurgia e spesso faccio anche il turno di notte in maternità.
In questo momento sto anche aiutando la parte amministrativa perché chi fa amministrazione sanitaria deve anche essere preparata in medicina per comprenderla e gestirla al meglio.

Questo era un antico ospedale militare e 10 anni fa la diocesi lo ha acquisito e dato in gestione a noi suore comboniane.
Suor Maria Martinelli, che è qui dal 2008, è stata determinante nel rinnovare questo ospedale e nel lancio di questa struttura così ben organizzata e all’avanguardia nel paese che ci ospita.
joana con bimbiLa differenza principale con l’ospedale governativo non è solo per la parte tecnica, ma soprattutto per l’approccio verso le persone, sia i pazienti che gli impiegati.
Qui si respirano i valori del Vangelo e si trova un ambiente pulito e ordinato in un paese caotico segnato dalla guerra. Fuori dalla porta le strutture sono distrutte o comunque molto segnate, la società è ancora molto disorganizzata e trovare un ambiente pulito, sicuro e equilibrato dove ricevere delle cure fa la differenza.
La particolarità sta nel fatto che noi comboniane non viviamo mai la nostra presenza come un’emergenza, ma sempre come un voler accompagnare queste persone verso la loro versione migliore di riconciliazione e di sviluppo.

A Wau, c’è una forte diversità, circa 12 tribù differenti convivono insieme nella stessa città. Ognuno ha la sua lingua, ma l’influenza del mondo musulmano e il processo di arabizzazione durante il regime del Sudan hanno trasformato il posto in una "qualsiasi" città inglese o araba, dove per l’appunto si parla l’inglese o l’arabo.
La diversità è tremenda: vivere ogni giorno cercando la tua propria identità nella diversità è una bella sfida.
Anche io quando sono arrivata ho pensato: che lingua parlo? Con chi parlo? Di cosa parlo? È un processo quello di capire come comunicare con un popolo che sta ancora elaborando una propria identità.

esterno ospedale wauUn’esperienza che desidero condividere con voi riguarda uno dei nostri impiegati dell’ospedale e risale a diversi anni fa.
Quando ha iniziato a lavorare con noi aveva molte remore, non voleva lavorare per e con delle straniere, non capiva perché dovesse lavorare se molte organizzazioni fornivano cibo e altro materiale gratis.
All’epoca c’erano solo due sorelle e nonostante fossero medici si occupavano un po' di tutto, dall’amministrazione alle pulizie.
Questo ragazzo rimase colpito da questa situazione e dall’umiltà di queste straniere, professioniste medici che però si facevano in quattro per far andare avanti un ospedale che curava tutti senza distinzione.
Il suo shock si è trasformato in una sorta di riflessione individuale su se stesso e sul voler anche lui riconquistare la sua dignità attraverso il lavoro.

Una cosa che dico sempre agli impiegati è che loro non lavorano per me o per noi suore, ma lavorano per loro stessi, per la loro famiglia, per la loro gente.
Solo facendo riaffiorare il valore che il lavoro e l’impegno sociale ti portano dignità riusciranno a costruire un paese solido.

Sr Joana Sofia Amaro da Silva Carneiro